SANT'OBIZIO


Sant'Obizio nacque a Niardo verso la metà del secolo XII°, in un complesso di case poste nel settore Sud-orientale del paese.
Le abitazioni sono state ristrutturate nel tempo per ragioni do comodità o necessità, per cui è difficile oggi immaginare come fossero nella loro originaria consistenza.
Si nota però bene il basamento di una torre le cui pietre esterne si sono fatte nere e lucide da contrastare vivamente con le abitazioni adiacenti.
Il complesso edilizio, appartenente agli “Obizi”, secondo la tradizione era formato dalla casa patronale, da altre destinate alla servitù e agli scudieri, dalle scuderie e da cortili antistanti, da locali sotterranei adibiti a deposito di derrate. Il tutto era difeso da mura e guardato da massicce torri.
Inoltre la tradizione ci indica i terreni di proprietà della famiglia degli "Obizi", quali Falger e il bosco sopra San Giorgio e verso il torrente Cobello. Qui è ancora noto il “fontanì dé Sant’Obis” la cui acqua, fresca e limpida, è ritenuta ricca di singolari virtù terapeutiche. La data della nascita non è nota, ma calcolando i diversi avvenimenti che caratterizzano la sua vita, si può dedurre che  fosse nato tra il 1141 e il 1151.
Il giorno della sua nascita, 4 febbraio è stato fissato dalla devozione popolare in quanto nessun documento menziona il giorno, il mese e l’anno in cui egli vide la luce in quel di Niardo.
Sant’Obizio apparteneva al Casato Martinengo, nobile famiglia, ragguardevole per ricchezze, scienze delle leggi e virtù militari.
Tale dinastia era oriunda da un paese della provincia di Bergamo, villaggio celebre per i castelli di Malaga e Cavernago.
In seguito ad avvenimenti politici e militari, alcuni membri della famiglia Martinengo di trasferirono a Brescia e in altri paesi della sua provincia, sin dal IX secolo.
In Valle vennero infeudati nel secolo X.
La famiglia di Sant’Obizio in un primo tempo abitava a Brescia. Graziando (padre di Obizio) si trasferì poi a Niardo “per ragioni di servizio”. Può essere venuto ad abitare in Valle perché (lui o suo padre) era stato nominato “gastaldo” del Regio Convento di Santa Giulia in Brescia, il quale aveva possedimenti di fondo rustici in Niardo e in terre limitrofe già dal 976.
Non è da escludere che si fosse trasferito per aver sposata una “nobildonna” del ramo Brusati-Mozzo, già residente in Niardo. Da tale “lignaggio” si verrebbe a confermare la parentela tra Sant’Obizio e San Costanzo, convalidata altresì dalla testimonianza di un concittadino al “processo di beatificazione di Sant’Obizio” nonché dall’asserzione di alcuni storici che si erano interessati della vita dei due augusti cavalieri.

Obizio
Obizio crebbe nel lusso e nelle agiatezze, seguendo il modo di vita e di costume “che menavano a par suo”. Come “miles”, si addestrò nell’esercizio delle armi, distinguendosi assai presto per “forza, agilità ed acume”, non disdegnando nel contempo di “menar vita assai famosa et peccatrice” per “assecondare il suo giovanile calore”.
Nessuna documentazione però si trova in merito, prime del 1191, per cui si presume che i suoi anni giovanili, seppur “menati con disordine spirituale, senz’alcun pensiero di salire alla cristiana perfezione” siano stati trascorsi in “forma innocente e devota”.
E’ documentato invece che Sant’Obizio prese moglie in giovine età, impalmando Inglissenda contessa Porro, e de lei ebbe quattro figli: Jacopo, Berta, Margherita e Maffeo.

La moglie Inglissenda
Lo storico Savoldo ha scritto che la contessa Inglissenda, diventata vedova, per gli esempi e le raccomandazioni avute dal Santo marito, lasciò buon ricordo della sua vita cristiana e lo seguì nella tomba pochi anni dopo.
Il Brunati scrisse che anch’essa si macerò con frequenti e rigorosi digiuni, e profuse larghe elemosine ai poveri, divenendo ella stessa specchio di virtù e santità.
Non è da dimenticare che Inglissenda fu una donna di carattere ed assai ambiziosa. Infatti, dopo la decisione del marito di “murar vita” e “dedicarsi alla preghiera e alla vita contemplativa”, face di tutto per far tornare Obizio ai “doveri coniugali” e agli “onori” che meritava. Interpellò e si raccomandò a parenti e ad amici, a persone influenti e di prestigio, e soprattutto a religiosi, perché contattassero con il nobile marito, ridotto a rimaner chiuso in casa e a comportarsi come il più umile dei suoi; invitassero e lo obbligassero pel decoro del casato, pel dovere sacramentale di sposo, per la responsabilità civile di padre, a dedicarsi alla famiglia. Consultò medici, avvocati perché controllassero la sua condotta e il suo stato mentale e, quando constatò che era vano ogni suo tentativo, rimproverò aspramente il marito chiamandolo “traditor del lor signoril sangue, vituperio della loro famiglia, indegno di quei gradi di cui l’avevano fregiato le gloriose gesta dei suoi progenitori”. Solo al veder vano ogni sforzo di … redenzione, si piegò al destino e nella meditazione trovò ragione della vanità delle cose terrene; rassegnata anch’ella trovò come “toccata” da un misterioso misticismo e abbandonò le “pompe degli abiti e la lautezza dei cibi” e si dedicò tutta a Dio.

I figli
Dei figli, il primogenito, Jacopo, sposò una consanguinea (com’era in uso tra i nobili del tempo) allo scopo di conservare il patrimonio del casato ed aumentare il prestigio del feudo. Berta andò in sposa ad un marchese di Brescia. Ella assistette il padre negli ultimi giorni della di lui vita. Margherita si fece monaca nel convento di Santa Giulia in Brescia, nello stesso monastero ove il padre era morto. Maffeo, il più giovane, alla maggiore età divise il patrimonio ereditato dal padre in tre parti: la prima l’assegnò al Monastero degli Umiliati di San Bartolomeo di Cemmo, la seconda alla chiesa di “Gnardo” e la terza ai poveri della stessa terra. Fattosi imitatore del padre, si ritirò nel convento benedettino di Leno, che pure era alle dipendenze del Monastero di Santa Giulia, ed assunse il nome di “Fra Giovanni”. Ivi morì nel 1261.

Obizio soldato
Obizio fu chiamato “miles” che a quel tempo non significava “semplice soldato” ma “gentiluomo dedito alla milizia” che combatteva a cavallo, onde gli venne anche il titolo di “honoreficentissimo cavaliere”. Tale “professione”, onoratissima verso i nobili, era composta da aristocratici che si distinguevano in fierezza, alterigia ed ambizione, dimostrandosi vendicativi ad ogni affronto ricevuto. La Cavalleria (o milizia comunale) nel Medio Evo era formata da uomini “coperti” da una pesante armatura di ferro che nelle battaglie veniva adoperata a solo scopo difensivo per la grande “forza d’urto” ch’essa imprimeva contro il nemico. Obizio portava una “grave armatura di ferro”. Egli combatté non solo in Valle, nelle frequenti lotte fra Guelfi e Ghibellini, fra nobili e popolo, ma in tutto il territorio lombardo e limitrofo. Nel 1191, con i suoi soldati camuni, partecipò e decise la sorte della battaglia di Rudiano. Egli aveva il compito di difendere il castello di Pontoglio, uno dei tanti appartenenti ai Martinengo e quell’azione di guerra fu l’ultima a cui prese parte in qualità di mercenario. Ferito, per poco non “ci rimise la pelle” e si ritirò per sempre dal maneggio delle armi.

La battaglia della Malamorte
A Federico Barbarossa successe il figlio, Enrico VI°, il quale si curò più del “Mezzogiorno” che dei Comuni Lombardi. Quest’ultimi, liberi dall’oppressore teutonico, guardarono più ai loro interessi che a quelli della solidarietà e ritornarono “agli antichi rancori” a covare vendette per “torti o danni patiti a suo tempo”. Anche Brescia si ricordò della perdita del castello di Volpino del 1160, porta della Valle Canonica, e questa fu la causa della guerra con Bergamo. Si alleò a Milano e ai Camuni, e, “tratto il carroccio dal tempio di San Pietro in Dom, le sue truppe presero posizione a Palazzolo”. Bergamo intanto, smaniosa di riscattare l’antico prestigio perso nella pace di Costanza, si alleò con Cremona, Parma, Tortona, Pavia ed altre otto città e pose l’accampamento nei pressi di Palosco. Era il 1° luglio del 1191. La cronaca della battaglia è stata descritta, dettagliatamente, dal Malvezzi nelle sue “Cronache Bresciane”. Essa fu combattuta il 7 luglio, festa di Sant’Apollonio, protettore di Brescia, giorno che “cadeva in domenica”. Per commemorare la “Vittoria”, il Comune di Brescia fece coniare delle monete ricordo, recanti l’effige del Santo, e diffondere un inno sacro-popolare, attribuito a Sant’Obizio.

Fasi della battaglia
I militi bresciani si divisero in quattro campi. I valorosissimi capitani: Giacomo Canfalonieri, Protencelao da Mairano, Manuele Concesio e un tal Tangentini ne regolarono le mosse. Le quattro schiere furono affidate a quattro vessilli: Gheso di Cozzi, Geroldo Geroldi, Giovanni di Pagafrodo e Gualando Gualandi. In mezzo all’esercito s’innalzava maestosamente il carroccio (nel racconto della battaglia, il Malvezzi così lo descrive: “Era una macchina molto alta, con ruote, che si collocava in mezzo all’esercito, simile ad una torre in mezzo ad una città”. Il carroccio era un gran carro trainato da buoi sul quale era inalberata la bandiera del Comune; fu inventato da Ariberto da Intimiano (1038) arcivescovo di Milano, nella guerra che mosse l’imperatore Corrado, e si estende in seguito a tutti i comuni lombardi), quasi rocca ed altare, e sul carroccio, fieramente piantati, i principali capitani dell’armata: Viaesio De Lavellongo, Boccaccia de Boccacci, un tale De Redoldeschi e priminente su tutti, Pontonello della Chiesa di Sant’Andrea. I bresciani mandarono un manipolo di soldati al comando di Biatta Palazzo a difendere il castello di Rudiano con l’intento poi di riunirsi ai Milanesi che avanzavano a marce forzate; un altro manipolo, comandato dal capitano Obizio da Niardo, venne posto a custodia del Castello di Pontoglio. L’esercito bergamasco e gli alleati, forti di 15 mila uomini, la notte del 6 luglio riuscirono a gettare un ponte di legno sull’Oglio, presso Cividate al Piano, per impedire il congiungimento delle truppe bresciani a quelle milanesi e iniziò all’alba il passaggio sul ponte per sorprendere i bresciani. In breve tempo le truppe bresciani, formate da 9 mila soldati, avanzarono contro i bergamaschi che stavano saccheggiando le campagne di Urago e di Pontoglio. Questi, sorpresi e colti dal panico, si ritirarono precipitosamente verso i castelli. Obizio, da buon stratega, colse il momento opportuno e con i suoi prodi camuni irruppe dal castello di Pontoglio addosso ai nemici, menando “colpi a destra e a manca” come un forsennato. Disse il Bruunati che “sostenne l’urto quasi da solo”. I cremonesi cercarono allora di assalirlo alle spalle per farlo prigioniero. Provvidenzialmente, in quel momento Batta di Palazzo, per incoraggiare i bresciani, fece suonare le trombe e al grido di Sant’Apollonio “Ehia, ehia, vittoria” provocò altro urto micidiale. I bergamaschi, credendo fosse sopraggiunto un contingente fresco di alleati milanesi, disorientati, si diressero disordinatamente verso il ponte per mettersi in salvo sulla riva opposta, mentre Obizio e i suoi, nella calca, continuavano ad “infierir mortali colpi” e ad “incalzare con calore i fuggitivi”, facendone grandissime stragi. Il ponte, costruito alla meglio con barche e travi protette da una palizzata, pel preponderante peso, di schianto “ruinò” travolgendo nelle gelide acque quanti si trovavano sopra e soffocando ogni loro velleità. La sconfitta dei bergamaschi e dei cremonesi fu “intera” e la vittoria dei bresciani fu “per avventura” la più memorabile di quante essi “ne riportassero mai”. Furono intorno ai “12 mila quelli di loro che rimasero o morti, o fatti prigionieri o annegati nell’Oglio”. Alcuni dei loro cadaveri “trasportati dall’Oglio nel Po’ giunsero fino al mare”, il che diede motivo all’Imperatore Enrico VI°, che allora trovavasi in Italia, “di imporsi mediatore tra le città nemiche, e stabilirà fra loro la Pace, che fu preparata dalla tregua da lui concordata in Milano alla fine di novembre, e conclusasi poi il 14 gennaio dell’anno seguente”. Dopo aver ottenuto la vittoria, i bresciani saccheggiarono il campo nemico e il carroccio dei cremonesi venne trascinato dai soldati bresciani, come trofeo, per le vie di Brescia. Bergamaschi e cremonesi non si rassegnarono alla sconfitta che ebbe grande e lunga risonanza in tutta la Lombardia e venne chiamata col nome di Malasorte.

Fortunoso salvataggio
Durante il combattimento Obizio, mentre inseguiva il nemico e stava passando sul ponte in legno, “ruinò” con molti altri nelle gelide acque del fiume. L’istinto di conservazione gli permise di aggrapparsi disperatamente ad una trave galleggiante. Furono però tanti i cadaveri che li si ammucchiarono sopra che non riusciva a muoversi, ne quasi a respirare. Dovette rimanere così, immobile, sino a notte inoltrata, disperando ormai di uscire vivo dall’avventura. Udendo ad un tratto la voce di un certo “jaculatore” che prima aveva conosciuto, lo pregò per nome, pregandolo di porgergli aiuto. Implorando, gli disse: “Aiutame, se tu puoi, fratello, et abia compassione de mi”. Quegli, levatogli dattorno i cadaveri, lo disseppellì, lo rialzò e lo condusse a Cividate al Piano, posto a Ovest di Pontoglio. Ivi Obizio, vinto dalla stanchezza, rimanendo vestito della pesante armatura, fu preso dal sonno e, delirando, gli parve di veder l’inferno, una sterminata voragine profondissima “da fondo della quale uscian, con grandi impeti, fiamme immense, e, come montagne, acque bollenti in cui venivano assorbite le anime con tanta celerità con quanta veggiamo i fulmini cadere per l’aria in terra. Udiva insieme un tumulto, come di armata in battaglia, abbaiar di cani, fischi si serpenti, urli di lupi e pianti e lamenti e muggiti delle anime dannate”. Svegliatosi, con sorpresa, si trovò sulla sponda bresciana, disarmato, senza saper come fosse li arrivato, ne chi avesse sfilata la complicata armatura. Pensò che fosse stata la Beata Margherita di cui fu sempre devoto e alla quale s’era rivolto quando stava per essere travolto dalle acque dell’Oglio.

Vita esemplare
Ripensando a tutto quanto era avvenuto dopo la battaglia di Rudiano, e a quanto aveva sognato in delirio, tremante di paura decise di cambiar vita. Abbandonò subito la milizia anche se le sue recenti prodezze gli avrebbero assicurato maggior avanzamento nelle cariche pubbliche e negli onori militari “De lupo devento agnello, da rubatore elimosinario, da luxurioso pudico, da superbo humile, de soldato del diavolo milite di Cristo”. Abbandonò ogni cosa mondana, cominciò a far grande penitenza, svestì panni di lino, visse in continenza e usò sempre cibi “quadragesimali”. I suoi digiuni erano continui, alternati con pani, acqua ed erbe crude; dormiva pochissimo e sempre sulla terra nuda o sopra un’asse; portava un cilicio che gli tormentava la carne e fu costretto a lasciarlo solo per esser stato assaltato a una grande moltitudine di pidocchi. Cambiò i suoi cavallereschi e preziosi vestiti in una “vile tunichella” e tanto in estate quanto in inverno portava “un frusto e rapezzato mantelletto”. Così era rappresentato anche nell’affresco, sulla nicchia della facciata principale della vecchia parrocchiale di Niardo, demolita nel 1908. Sotto si leggeva la seguente scritta: “Esclama S. Obizio: non perdere il tempo nel vizio!”. Camminava poi sempre a piedi scalzi, ma “carichi di catene, quasi malfattor di galera”. Era con tutti affabile, umile e servizievole. Nei giorni festivi e solenni riceveva i forestieri che venivano a trovarlo e, per metterli a loro agio, mangiava bevevo con loro cibi e bevande che di solito non toccava mai.

Vita penitenziale
Per umiliarsi sempre di più, si recava nei boschi a tagliar legna come un semplice carbonaio e portava sulle proprie spalle pesanti fasci di ramaglie che lasciava davanti alla porta di case dei poveri. Compì molti pellegrinaggi a santuari e viaggiando sempre a piedi nudi e con le “boghe” alle caviglie; ciò serviva ad affaticarlo maggiormente, a causargli sofferenze fisiche, a metterlo alla berlina di fronte ai forestieri, il tutto per aumentare il merito di fronte a Dio. A nulla valsero le preghiere della moglie e il rimprovero dei figli, anzi, per vivere più degnamente la vita che si era prefissa, decise di cedere tutte le sue sostanze, abbandonare la casa, la famiglia, gli amici, il paese per ritirarsi a vita di preghiera, solitudine e martirio, dove nessuno potesse in qualche modo agevolarlo per il suo nobile casato o per la fama del suo valor militare. Divise le sue ricchezze in cinque parti:
La prima la assegnò alla moglie, come assegno vitalizio con la possibilità di mantenersi la servitù. La seconda, per dote alle due figlie da marito. La terza, ai suoi figliuoli. La quarta, ai poveri del paese. La quinta, in favore della popolazione della Valle, con precisa disposizione che venisse usata per la costruzione del ponte Minerva, presso Breno e su cui non si dovesse pagare pedaggio.

Contrasti
Trovandosi vincolato dal matrimonio e dalla presenza di quattro figli, non gli fu possibile coronare subito il suo sogno. Si accontentò di entrare nel monastero dello zio Ansuino,dove lo stesso viveva in “monacale osservanza”. Qui stette un anno e per non essere disturbato da altri monaci si costruì, appartata, una “baracca” con assi, ivi conducendo una vita di mortificazione e preghiera. Nel contempo si recava a Breno per dirigere i lavori di costruzione e qui compì il primo prodigio: risanò la mano di un carpentiere che se l’era spappolata accidentalmente sotto una trave. La guarì avvolgendola nel suo mantello. La moglie Inglessenda, non sopportando la condotta del marito e soprattutto il modo di vita dei figli, i quali, privi dell’autorità paterna, con indifferenza e spregiudicatezza davano fondo al patrimonio famigliare, ricorse al consiglio e all’autorità di due noti sacerdoti della zona, stimati per dottrina e pietà. Questi intervennero presso il pio Obizio e lo riportarono ad assolvere il dovere di padre e di sposo, facendogli comprendere come la solitudine da lui desiderata fosse un consiglio evangelico mentre la cura dei figli era un sacrosanto dovere; che l’astinenza nella vita coniugale fosse un’indicazione alla purezza di anima e d corpo mentre il rapporto intime col coniuge era un impegno sacramentale. Obizio, scosso da queste esortazioni, ritornò alla famiglia, riprendendo le redini del governo della casa. Lottò e faticò molto per riassettare quanto era stato trascurato e quanto tirannicamente gli approfittatori avevano usurpato in sua assenza. Fu costretto perfino a ricorrere ai tribunali regionali per difendere i diritti della sua famiglia. Rimesso “in sesto” il bilancio famigliare riprese a supplicare la moglie e i figli di lasciarlo partire per luoghi solitari onde dedicarsi alla preghiera e alla penitenza. Tanto fece e tanto supplicò che riuscì ad ottenere il permesso di allontanarsi almeno nel periodo della Quaresima, con la promessa di un ritorno puntuale a casa allo scadere del periodo di Passione.

Prima evasione
Si recò quindi in Val Cavallina, nel monastero di Tercio, di cui era priore frate Arnoldo, e quindi passò gioiose giornate macerando a suo piacimento il corpo sottoponendola sanguinose flagellazioni e dedicandosi, giorno e notte, alla preghiera per rifarsi del tempo perduto. Costretto al ritorno a casa allo scadere del tempo concessogli, riprese a far legna nel bosco, a camminare a piedi scalzi, ad indossare umili vesti, a dedicarsi a lavori umilissimi. Quando i suoi famigliari, indignati, gli gettarono via un pesante fascio di legna appena portato a spalle dal bosco, si rallegrò al vedersi disprezzato ed umiliato e nel contempo si addolorò constatando la mancanza di rispetto da parte dei figli e superbia ed arroganza della moglie. Esclamò una frase che, dopo la morte, venne scritta a motto sulle sue immagini: “Oh onor del mondo, quanto sei nemico di Dio!”. Per evitare ulteriori rincresciose rimostranze, andò ancora nel bosco a raccogliere la legna, ma a sera la portava in luogo nascosto presso il paese; poi la notte andava a riprenderla e a depositarla davanti alle porte delle case delle persone bisognose, senza far sapere o mostrare chi fosse stato.

Pellegrinaggi
Una delle devozioni in voga al tempo di Obizio era quella di compiere pellegrinaggi a chiese o santuari per impetrare grazie, offrire al Signore le tribolazioni incontrate nei viaggi, allora particolarmente disagiati e rischiosi, in riparazione dei peccati commessi. Non avendo Obizio ottenuto dai famigliari quanto agognava, cioè ritirarsi in luogo solitario per praticar penitenza e preghiere, pensò che compiere pellegrinaggi in luoghi santi gli fosse certamente consentito. Per lui era un’occasione buona per macerare il suo corpo con l’austerità e saziare l’anima con le orazioni ottenendo un comportamento libero, non continuamente sorvegliato dalla servitù come in casa e criticato da moglie, figli, parenti, paesani e da tutti quelli che lo conoscevano.

A Cremona e a Lucca
Ai primi di maggio del 1190 era morto in Cremona frate Alberto di Ogna bergamasca, che godeva già da vivo fama di gran santo. Alla sua tomba accorrevano numerosi i pellegrini, in virtù anche dei numerosi miracoli che succedevano quasi ogni giorno. Obizio tanto fece e disse, personalmente e su raccomandazione di accondiscendenti amici, che alfine ottenne dalla moglie il benestare di una breve assenza da casa, per poter accorrere al sepolcro del beato a rendere omaggio al miracoloso corpo dell’umile fraticello. Partì tutto allegro; intraprese il viaggio a piedi scalzi, nutrendosi di pane e erbe crude un giorno e digiunando il seguente, finché, dopo molte fatiche e tribolazioni, giunse a Cremona. Qui ebbe il caso di vedere un’indemoniata che pronunciava frasi sconclusionate che Obizio interpretò a modo suo: ella affermava che se avesse avuto tanta carne come una noce, l’avrebbe martirizzata per meritarsi il paradiso e sfuggire alle pene dell’inferno. Queste affermazioni fecero tornare alla memoria del santo pellegrino la visione avuta nel 1161, quando fu travolto dalle acque dell’Oglio, e subitamente rinnovò il proposito di aumentare le sue penitenze e ritirarsi a pregare in solitudine. Dato che era in viaggio e approfittando del consenso della moglie, pensò di spingersi sino a Lucca per adorarvi il Crocefisso, dipinto dall’evangelista Luca, il quale aveva avuto la fortuna di vedere Gesù in persona. Era sempre stato questo il sogno per Obizio ed ore, finalmente, si traduceva in realtà.

Rientro in famiglia
Tornato a Niardo, diede ampia relazione del suo viaggio ai famigliari che, estasiati, ascoltavano le sue parole, le sue impressioni, la descrizione dei luoghi visitati, il modo di vita della gente, secondo lui, diversa dalla nostra. Obizio ne approfittava per rimarcare i fatti salienti che gli stavano a cuore, quali le affermazioni dell’indemoniata di Cremona, dimostrando come il rigore e la perseveranza nella penitenza che egli usava erano più che giustificati. Commettevano pertanto errore quando intendevano deviarlo dai suoi propositi. L’effetto fu più che efficace: moglie e figli decisero di imitarlo, anche se in maniera molto blanda, e ben affermalo storico Sueppedo: “mulier Inglissenda etiam Maffeus, eius filius” lasciarono tutti i piaceri del mondo e seguirono una vita “religiosissima” tutta dedita a preghiere ed a opere pie.

A Cremona e a Pavia
Un nuovo permesso di “peregrenatio” fu concesso solo dopo sette anni e ciò dimostra quanto mai dovesse essere paziente, incessante e laboriosa l’opera di convincimento da parte del santo uomo che viveva in preghiera, in continua mortificazione, nella più completa devozione ed osservanza dei Comandamenti divini, meditando particolarmente sulla vita e sull’esempio di S. Margherita a cui era devoto. Risulta che portasse continuamente con sé, quale talismano, il libretto di “Saggi e preghiere” consigliato dalla Santa. Nel 1197 morì a Cremona un altro monaco in concetto di santità e il suo corpo fu sepolto nella chiesa di S. Egidio. Era padre Omobono, un umile fraticello, la cui personalità i numerosi miracoli compiuti fecero attirare sulla sua tomba a pregare numerosi pellegrini. Anche Obizio trovò occasione buone per evadere da Niardo, dalla sorveglianza continua e insistente della gente di casa che riteneva il congiunto bisognoso di costante controllo. La moglie, constatando che il povero uomo soffriva nel vedersi considerato un demente, un incapace di intendere e volere, si dimostrò ancora più comprensiva e gli acconsentì un permesso discrezionale. Alla notizia il marito esultò come un bambino. Lasciato il paese, fece sostituire e mettere alla sua caviglia due “boghe” di ferro. Lo costringevano a compiere corti cassettini, anzi dei saltelli. Lo scopo era di raddoppiare il tempo, la fatica e la sofferenza del viaggio. Nel contempo si flagellava, digiunava, pregava, compiva tutto quanto gli sembrava idoneo a macerare il corpo al fine di elevarne lo spirito. Giunse al sepolcro di S. Omobono proprio alla vigilia di Pasqua e tale era il suo stato di sfinimento che fu costretto, a malincuore, a togliersi i ceppi. Li lasciò in offerta sul sarcofago del Servo di Dio. Rimessosi in forze, dopo breve riposo di alcuni giorni, ideò di spingersi al convento di Camaldoli con lo scopo di poter imparare dai santi monaci dell’eremo toscano nuove forme di penitenza. Sebbene lo spirito fosse pronto, dovette interrompere il viaggio perché le sue condizioni fisiche gli impedivano di compiere ulteriori sforzi. Malinconico ritornò sui suoi passi soffermandosi per breve tempo a Pavia. Qui era molto diffusa la devozione a S. Adalberto, ancora per miracoli recenti avvenuti. Obizio si trovò sul terreno adatto ove poteva respirare ampie boccate di ossigeno spirituale e gli sembrò disintossicarsi di non so quali scorie che lo travagliavano. Giulivo, si portò poi a Cremona e ancora nella chiesa di S. Egidio.

Sosta a Brescia
Trovò la moglie e il figlio maggiore, qui giunti per conoscere la sorte del loro congiunto, anche se gli comunicarono ch’erano appena arrivati, anch’essi spinti dal desiderio di rendere omaggio a S. Omobono. Con dolci e suadenti parole Inglissenda convinse Obizio a sedere al suo fianco in carrozza; ottenutolo, col figlio, a spron battuto presero il cammino verso casa. Obizio, abbagliato dalla gioia, nella convinzione della buona disponibilità dei due alla vita di preghiera, nella foga della discussione sui problemi spirituali che lo assillavano e nella relazione sul viaggio verso Camaldoli, non s’avvide gran che delle “mollezze” del viaggio di ritorno e giunse a Brescia quasi di sorpresa. Qui era doveroso rendere visita alla figlia sposata e fu occasione per la moglie curare il corpo del provato consorte con assidue cure e affettuose attenzioni. Nel contempo Obizio si trovò a suo agio avendo a disposizione tutto il tempo possibile per visitare in Brescia e dintorni una chiesa dopo l’altra, conversare con sante ed illuminate persone, praticare tutte “le sue” devozioni senza tema di essere criticato e controllato da alcuno.

Nel monastero di S. Giulia (1197-1204)
A Brescia esisteva il Monastero di S. Giulia notissimo in tutta la nostra penisola perché godeva di antichi privilegi da Re e Imperatori e perfino da Sommi Pontefici. Inoltre era dovizioso di numerosissime reliquie di Santi. Le religiose ospiti, che osservavano una rigida regola monastica, appartenevano per lo più a nobili famiglie, per cui si può dire che quel convento fosse stato costruito appositamente per le ancelle di “sangue blu”. Il monastero era luogo opportunissimo alle aspirazioni del nobile cavalier Obizio, sia per la signorilità della sua fama che avrebbe rassegnato i suoi famigliari, sia per la rarità delle reliquie dei Santi che avrebbero eccitato sempre più la sua anima verso la santità. Ottenuto il consenso della moglie, chiese all’Abbadessa Elena I° Brusati di essere accettato quale “oblato”. Questa, sentito il parere delle altre monache, accolse “ben volentieri” Obizio, dimostrandosi onorata d’assecondare il desiderio di simile personaggio. Correva l’anno 1197. Questi, oltre che condurre una vita esemplare, compì da vivo alcuni miracoli, che donna Belintenda, abbadessa che successe a Elena I° nel 1203, descrisse nella “Vita del Santo”.

Vita monastica
In un primo tempo i parenti e gli amici di famiglia vennero spesso a fargli visita e, trovandolo in condizioni disagiate e povere, ne provarono pietà. Più volte tentarono con parole suadenti di accettare almeno vestiti più decenti, se non altro per rispetto all’illustre suo casato, convinti che rifiutasse per giusto orgoglio e nascondesse un imprevisto tracollo finanziario famigliare. Al suo netto se pur rispettoso rifiuto e alla decisione volontaria di condotta di vita, suscitò in quelli sentimenti di pietà, compatimento, umiliazione, risentimento e ripugnanza, finendo di abbandonarlo a se stesso, vergognandosi di trattare più oltre con lui. Era quanto aspirava il santo uomo, il quale fu oggetto però, da parte di altri, di una reazione contraria. Amici ed ammiratori numerosi affluirono continuamente al convento per seguire i suoi luminosi esempi, per raccomandarsi alle sue preghiere, per chiedere consigli nei propri bisogni materiali e spirituali. Erano ben note la sua saggezza, il suo criterio, la sua prudenza nelle varie contingenze della vita e in lui stimavano e vantavano un probo consigliere. Per tutti egli aveva parole di conforto, di incitamento, di fraterna correzione, con dolcezza ed umiltà, per chi era in peccato. E’ facile immaginare quanto frutto apportassero in città e dintorni i suoi santi esempi, i suoi illuminati consigli, le sue esortazioni, i suoi rimproveri. Dio, fra le tenebre di tempi guasti e perversi, accende sempre dei lumi di santità per diffondere luce e verità e salvare anime meritevoli che altrimenti andrebbero nel nulla.

Ultimi pellegrinaggi
Correva fama di un altro monaco che conduceva santa vita nel territorio bresciani, sembra verso Serle, nel monastero di S. Pietro, in luogo assai solitario. S. Obizio sentì il grande desiderio di andarlo a consultare per conversare e discutere con lui su problemi spirituali che lo assillavano. Anche i santi hanno i loro travagli interni le loro preoccupazioni e pene. Ottenuta licenza dall’Abbadessa si recò al luogo solitario e dalle reciproche diffusioni d’animo ne provò grandissima soddisfazione. Da prodigiosi e segreti avvisi del Signore, sembra che Obizio avesse avuto conoscenza dell’avvicinarsi del termine della su vita. Risolvette perciò di portarsi, per l’ultima volta, al paese natio, per dare l’ultimo addio ai suoi cari. In pieno inverno, alla fine di novembre 1204, col terreno coperto da “gias et nive”, col clima freddo e rigido, scalzo, volle compiere a piedi il viaggio, giungendo a Niardo stremato di forze e in condizioni disastrose. Qui si trattenne due giorni, poi riprese, sempre a piedi, il viaggio di ritorno. Prima salutò i suoi cari stringendoli insieme con una cintura tolta dai suoi fianchi, come per dimostrare che dovessero stare sempre uniti fra loro e impartì la sua paterna benedizione. Arrivò a Brescia sfinito e dovette recarsi presso la casa della figlia Berta per passarvi la notte. Qui volle dormire in terra, appoggiato sopra una stuoia. Al mattino, per tempo, era già a bussare alla porta del convento atteso con impazienza e ricevuto da tutte le dovote ospiti con grande giubilo.

Morte
Ridotto per le asprezze inflitte volontariamente al corpo a solo “pelle e ossa” ed a un completo sfinimento, dovette alfin cedere. Sua figlia Berta volle assisterlo giorno e notte, con vero amore filiale anche se lui avesse preferito rinunciare pure a questo estremo sollievo per meritarsi più gloria in cielo. Ricusò tuttavia ogni comodità, anzi volle continuare ad esser coricato solo su poca paglia sparsa sull’umida terra, spogliato di ogni abito se non dell’umile e sdrusciata veste monacale. Rifiutò ogni medicina per non diminuire le sofferenze del suo corpo infermo. Unico suo conforto un crocefisso che tenne continuamente nelle mani sino all’ultimo respiro e col quale si intratteneva in contemplazione, ringraziandolo per le misericordie usategli. Unico desiderio espresso negli ultimi giorni fu quello di rivedere un’altra volta la moglie e i figli Giacomo e Maffeo, per impartir loro importanti ordini, convinto di essere più sicuramente ascoltato agli ultimi momenti di vita: pretendeva che suo figlio Giacomino, sposato con donna di grado di parentela affine, si separasse dalla moglie perché la Chiesa proibiva legami di consanguineità. Sicuramente il santo uomo avrà insistito anche prima su tale argomento e forse questo sarà stato causa di dissidio ed incomprensioni tra padre e figlio. Ora Obizio era certo che sarebbe stato ascoltato ed esaudito e solo così avrebbe chiuso eternamente felice i suoi occhi. I famigliari giunsero a Brescia poco prima che spirasse, ma in tempo perché potesse vederli, parlar loro e farsi giurare da Giacomino di quanto gli stava a cuore. Avutone promessa, si piegò sul lato destro, rivolse gli occhi al cielo e consegnò le sua benedetta anima al Creatore. Era il 6 dicembre 1204, verso mezzogiorno.

Sepoltura
Benché Obizio avesse raccomandato che i suoi funerali fossero semplici e senza alcuna esteriorità, avvenne esattamente il contrari. La cittadinanza che ben conosceva le virtù e la santità di Obizio, accorse in massa al convento appena diffusa la notizia della sua morte. Il suo corpo, riccamente vestito con gli “abiti da cavaliere da lui rigettati”, fu composto sopra un degno catafalco, “da molte accese torce illuminato”, e trionfalmente portato in processione per tutte le contrade della città, preceduto da una schiera di fanciulli vestiti in bianco, accompagnato da associazioni cattoliche, dal clero parrocchiale, da magistrati e dagli stessi nobili della città, al suono festoso di “tutte le campane, di pifferi, trombe e tamburi”. La processione rientrò al tempio di S. Giulia, sontuosamente addobbato, ove si celebrò una solenne messa funebre, accompagnata da strumenti musicali e da un coro di voci bianche. Un valente oratore pronunciò un panegirico a lode del santo cavaliere e dell’umile servitore, quindi il corpo venne seppellito nel piccolo cimitero presso la vecchia chiesa, nell’interno del monastero stesso.

Miracoli
Con molta frequenza avviene che più i servi di Dio cercano di nascondersi ed annientarsi davanti agli occhi degli uomini, tanto più Iddio si compiace di glorificarli. Nel medesimo giorno della sepoltura di Obizio, avvenne un miracolo, quasi a confermare al popolo accorso a rendergli onore, la grandezza dell’umile uomo. Una nota matrona della città convinse la sua fantesca, afflitta da una fistola dolorosa e purulenta, a recarsi presso la cella del santo e a toccare la piaga con la paglia del giaciglio del santo, per ottenere la guarigione. La giovane, fiduciosa, si recò immediatamente sul luogo designato, ma trovò solo una poltiglia nera, perché la paglia era stata bruciata, e la cenere era tutta bagnata dall’acqua versata per lavare il corpo del santo. C’era sul poto numerosa gente, ma ella, piena di fede, raccolse la poltiglia nera con le unghie e la spalmò sulla fistola e immediatamente ne rimase risanata. Numerosi ceri furono fatti ardere sulla sua tomba dalle monache e dai fedeli che accorrevano fiduciosi per chiedere grazie. Erano quelli esposti al vento e alle intemperie, quali pioggia e la neve; pur tuttavia mai si spensero. Anzi, se alcuno li spegneva di proposito, essi si riaccendevano subito, come attizzati da mano misteriosa. Una donna aveva le mani rattrappite, tanto che le unghie delle dita le avevano oltrepassato il palmo della mano. Recatasi al sepolcro e chiesta grazia con grande devozione, poté subito stendere le dita e usare le mani. Le restarono a testimonianza solo i fori nella viva carne, senza però che da questi ne uscisse sangue e ne provasse dolore. Una donna, nata cieca, ottenne la vista dopo essere stata condotta per un mese a pregare devotamente sulla sua tomba. Ritornò poi a casa senza che nessuno la guidasse, tra lo stupore e l’ammirazione di tutto il popolo. Un uomo, chiamato Ferrandino, tutto storpio e deforme alle mani e ai piedi, si fece portare, dentro una sporta, sulla tomba del santo. Dopo breve preghiera poté ritornare da solo al suo abitacolo. Una donna di nome Sirena aveva una gamba inservibile, come morta; anzi le era impossibile toccare il piede a terra pena atroci dolori. Condotta dal marito presso la tomba del Santo, a cavallo di un giumento, per tutta la notte pregò. “… a mezza nocte sentisse la donna esser sanata et firmato el piede in terra andò al marito et disseli levati tosto per che Dio per li pregi de questo confessore me a restituito la sanità”. Ritornò così a casa, a piedi, giubilante per la grazia ricevuta. Un gentiluomo, addolorato ed afflitto per aver perso un figliolo, fece la promessa di comprare una campana per il campanile della chiesa di S. Giulia, se fosse stato esaudito nel desiderio. Non passarono otto giorni che ritrovò sano e salvo il figlio e per la grazia ricevuta acquistò la campana promessa. Abitava, vicino al monastero, una donna la quale, la notte dell’Epifania, levatesi a pregare, vide un alone di grandissimo splendore sopra il sepolcro di Obizio, che illuminava pure tutto il vicinato. Non sapendo da dove provenisse esattamente, e temendo che nell’andar a svegliar le monache quello scomparisse, si recò nella chiesa per accertarsene meglio. Qui arrivata vide che l’intensa luce proveniva dalla cella “ove soleva stare lo homo de dio”. Dopo tanti miracoli le monache decisero di trasportare il santo corpo nella sacrestia della vecchia chiesa di S. Giulia, togliendolo dalla bara primitiva e deponendolo in un’eminente arca di marmo. Con grande stupore da questa, benché posta in alto, cominciò a scaturire uno zampillo di purissima e cristallina acqua, come se ivi fosse condotta da naturale sorgente. I fedeli raccolsero la miracolosa acqua e molti la bevvero e l’usarono per bagnarsi le parti malate del corpo ottenendo immediate guarigioni. Nel 1432 il sacro corpo venne chiuso in un cofano di piombo portato nella chiesa presso l’altare maggiore, ove pure era collocato il corpo della gloriosa vergine S. Giulia. Da quel momento dall’arca, rimasta vuota in sacrestia, cessò di scaturire il miracoloso elemento, con grande sgomento di tutti. (Dal documento rinvenuto nell’anno 1798 nella sua arca). Con il tempo il popolo trascurò la devozione a Obizio, ma nelle monache restò sempre vivo il culto del loro santo Confessore. Il 9 ottobre 1505, circa l’ora sesta, fu sentita suonare, nel silenzio della notte, la campana del monastero. Una monaca, credendo che fosse l’ora del mattutino, si levò dal letto e si recò in chiesa. Mentre si preparava alle lodi del Signore, notò una splendida luce diffondersi nel tempio e con tale intensità da abbagliarla e costringerla a lasciare la chiesa. “…una luce si chiara che facilmente saria possuto infilare una vochia (ago)…”. Un’altra monaca, due ore dopo, svegliata da forte mal di denti, si recò in infermeria e pur’essa notò nella chiesa la strana e forte luce. All’ora del mattutino la sacrestana, dopo che le monache si erano sistemate nel coro, andò a chiudere la porta della chiesa, passando per la sacrestia e vide il pavimento tutto bagnato. Accesso un lume per meglio vedere da dove provenisse l’acqua, notò che usciva dalla vecchia urna, già appartenuta la Santo, vuota e col coperchio sigillato. Meravigliata, corse subito ad avvertire le consorelle le quali accorsero immediatamente a constatare l’avvenimento. Trovarono il coperchio spostato da come era di solito e in modo che si potesse non solo guardar dentro e veder la “cassa” colma di limpida acqua, ma aver la possibilità di toglierne in grande quantità. Questa venne raccolta e distribuita ai fedeli infermi che ne facevano richiesta, e per molto tempo. Il Savoldo, nel suo libro, stampato nel 1658, afferma come le Ven. “Monache donna Agata Ugoni e donna Vittoria Brugnoli, madri del Regio Monastero” abbiano a lui assicurato come al tempo del loro noviziato siano state testimoni “dell’ultimo stillar dell’arca”. “Non cessiamo aduncha tuti de pregare esso beatissimo Obicio che secondo chel se degnato de prestare laqua salutifera a la corporale infermità così se volia dignare de liberarne da le insidie et tentatione diabilice a ciò che perseverando sani di mente et de corpo possiamo pervenire a quela eterna batitudine la quale e promessa a quelli che perseverano fino alla fine la qual cosa degnasi prestarci el signore nostro misser Jesu Xpo il quale cum lo patre e spiritu sancto vive et regna per infinita secula secolorum amen”. Nel 1600 quando la chiesa di S. Giulia venne rimessa a nuovo, il corpo del Santo subì una terza traslazione. L’urna, unitamente ai corpi di S. Giulia e di altri Santi martiri, vennero collocati in una cripta sotto l’altar maggiore del Rev. Marino Giorgio, vescovo di Brescia.

Traslazione delle reliquie a Niardo
Il nobile “Gioseffo” Savoldo, o Gesilao Sueppedo, come usava farsi chiamare, giudice del Collegio di Brescia, fu testimone oculare della traslazione delle reliquie di Sant’Obizio. A lui ricorse la Comunità di “Gnardo” perché rivolgesse “umilissima supplicazione” al “nobilissimo Chiostro” per avere una reliquia del “santo Confessore loro Compatriotto”. Erano ben 450 anni dalla morte del glorioso cavaliere che Niardo “bramava e sospirava” di avere una reliquia e l’ottenne “con tutti voti graziosamente preso”. Fu decretata l’assegnazione di metà reliquia, già levata dal suo corpo in occasione della traslazione del corpo dall’antica arca all’altar maggiore e racchiusa in un busto d’argento, come documentò Giovan Capanni, cancelliere del Monastero, in data 1 marzo 1653. Si trattava di un osso della spalla, chiamato “spatola”, il quale, dopo i dovuti riconoscimenti e suggelli da parte delle autorità civili e religiose, venne consegnato nelle mani del nobile Savoldo. “Il 28 settembre 1653 in Gnardo, nella chiesa intitolata all’Angelo Custode di Zaccaria Riccaldino Gentiluomo principale di quella Terra, il Savoldo fece divota consegna della preziosa scatoletta nel modo li fu affidata dal ven. Rettore e Parroco di quella comunità don Pietro Giacomo Verta, alla presenza e con consenso di quei Deputati; ed ivi aperta, e mostrata al Popolo concorso in grandissimo numero da tutte le Terre della Valle, fu poi con gran devozione, allegrezza, ed applauso, con musica dei più scielti, e sbarro de mortaretti, e moschetterie riverita e venerata. Posta e ben racchiusa la Santa Reliquia in un busto tutto adorato, in divota e pomposa processione sotto baldacchino da due Sacerdoti portata alla Chiesa Parrocchiale di S. Giorgio, e Maurizio, dove con speziosa musica fu dato principio alla solenne Messa, alla metà della quale il Rettore salì sopra il pulpito, e con esemplare decoro con molto erudito panegirico, rappresentando l’aspra e santa vita del glorioso Confessore Obizio, morte, e miracoli, mostrò a quei popoli fedeli la vera via del Cielo. Dopo poi fine alla Santa Messa, fu posto il pregiatissimo busto ricettacolo della santa Reliquia in un eminente nicchio ornato di bellissimi marmi in latere Evangelii dell’Altar maggiore solo effetto edificato; dove lasciato a vista, e devozioni del popolo per tutto il rimanente del giorno con apparato di dovauta quantità de’ lumi accesi, fu poi dallo stesso Parroco, e Deputati con tre chiavi racchiuso on ordine della Comunità, he aprir no si possa senza suo assenso”.

Il corpo del santo … a Niardo
Con la venuta di Napoleone I° in Italia, si ebbe la soppressione dei luoghi sacri e così le Congregazioni religiose vennero sciolte, i monasteri evacuati, le chiese trasformate in locali pubblici, e questo specie nei centri grossi di pianura, mentre nei nostri paesi continuava il culto e la tradizione religiosa. Era questa la buona occasione di accaparrarsi quanto più stava a cuore e così i resti del nostro S. Costanzo vennero assegnati ai cittadini di Nave, perché colà più vivo e sentito il culto verso il prodigio eremita, e quelli da Sant’Obizio furono concessi ai compatrioti di Niardo che mai avevano cessato di eccellere in devozione e desistere nel richiedere il santo corpo per tributargli gli onori dovuti. Infatti il 24 novembre 1798 il Vicario della Diocesi, Antonio Capriolo, per ordine del Vescovo, dopo aver eseguito con tutte le regole nel caso la ricognizione del Corpo di Sant’Obizio, racchiuse le Reliquie in un’urna di legno dorato. Queste le consegnò ai rappresentanti della Parrocchia di Niardo. Nello stesso giorno, otto persone del nostro paese, tra cui il padre di Bartolomeo Castelli e il nonno di Francesco Farisè, ricevettero le venerate Reliquie e le trasportarono in Parrocchia, dove vennero accolte con solenni festeggiamenti da tutta la popolazione e da altri fedeli della Valle.

Viaggio avventuroso
L’urna santa venne trasportata a spalle e a piedi da Brescia a Niardo dagli otto designati, dei quali, alternativamente, quattro erano portatori e quattro fungevano da accompagnatori, disposti due davanti e due dietro e reggendo ceri accesi. A Iseo una “nave” (barcone), ornata degnamente al caso e mossa da quattro rematori pratici, solcò le acque del Sebino, portando al porto di Bisogne gli otto “staffieri di scorta alle spoglie dell’illustre cavaliere”. A Cividate, sede del Vicariato, erano ad attenderli “grande turba di fedeli”, tra cui numerosissimi nostri comparrocchiani, accorsi ed inquadrati ordinatamente nelle varie Congregazioni, all’insegna di stendardi, bandiere, gonfaloni e labari. Il Vicario, don Giovan Battista Guadagnino, sacerdote di chiara fama e rara facondia, tenne una solenne funzione religiosa all’aperto, arricchita da un lungo e forbito discorso, a cui facevano contorno “suoni di banda e spari de mortaretti”.

Altare di Sant’Obizio
Le anguste reliquie di Sant’Obizio giunsero in Niardo circa agli inizi del secolo scorso (novembre 1799) e furono momentaneamente collocate sopra l’altare della Madonna in attesa di degna sistemazione. Sessant’anni dopo, in seguito all’ex-voto della “pulmonera”, venne finalmente dato inizio all’ampliamento del tempio, sempre meno capace di ospitare i numerosi fedeli alle sacre funzioni e si decise la costruzione dell’altare promesso. Durante l’esecuzione dei lavori, le reliquie del Santo furono provvisoriamente depositate presso un ambiente della canonica, decorosamente adatto al caso. Contemporaneamente si ebbe la visita pastorale del vescovo Mons. Girolamo Verzieri, il quale oltre ai consueti esami, osservò l’andamento dei lavori della chiesa e tributò doverosi omaggi ai resti mortali del nostro angusto concittadino. Al giungere dei visitatori però, il coadiutore don A. Bondioni invitò il segretario del vescovo, don Demetrio Carminati, a visitare subito le anguste reliquie, quasi come offrirgli una privilegiata attenzione. Il sacerdote, osservata diligentemente l’urna, i suggelli intatti e il Documento di traslazione, si prostrò esterrefatto in ginocchio esclamando: “quale grande tesoro, avete voi di Niardo! Vado subito a darne relazione al vescovo”. Il nuovo altare marmoreo, dedicato al Santo, venne commissionato ad un certo Fossati, marmorino di Bergamo, contrattato a pagato da don Antonio Bondioni, curato e fabbriciere di Niardo. Venne a costare 27 marenghi e la somma venne saldata il 10 ottobre 1861. Nel 1906 venne decisa la costruzione di una nuova chiesa e di un novo altare al Santo. In un primo tempo si pensò che per quest’ultimo, bastava ingrandire il precedente, e don Antonio Negri prese subito contatti col marmorino Clerici di Breno perché l’opera venisse eseguita alla perfezione. Il prezzo pattuito fu di lire 870, le quali dovevano essere versate parte in moneta e parte … in vino. Il Clerici presentò il disegno che soddisfece il commissionario, ma l’esecuzione risultò pessima, per cui sorse una naturale diatriba tra i due con la conclusione della costruzione di un nuovo altare abbandonato il progetto di ingrandimento precedente. Frattanto il “corpo di Sant’Obizio” dovette subire altra traslazione provvisoria. Una sala maggiore della casa parrocchiale venne adibita a devota cappella e frequentemente visitata da pii credenti. Il 2 maggio 1909 il Santo finalmente avrebbe avuto una dimora definitiva. Il trasferimento avvenne in un clima commovente. La popolazione stava assiepata tra la chiesa e la canonica e quando l’urna, magnificamente ornata, portata da quattro sacerdoti in ricchi paludamenti, fece la sua apparizione, squillarono a distesa le campane, suonarono le trombe della banda, spararono i mortaretti e tutti, per l’emozione, proruppero in … pianto dirotto. Perfino i sacerdoti non seppero intonare un inno. La commozione aveva loro attanagliato la gola. Il pianto di gioia tra quei tanti frastuoni accompagnò degnamente il reduce da gloriose battaglie. L’urna fu posta sull’altar maggiore, tra un mare di fiori e un rogo di candele. Riferisce la cronaca del tempo che in tale circostanza si sono verificati veri deliri di devozione; e non solo da parte dei Niardesi, ma anche dai numerosi forestieri accorsi da ogni dove. L’urna, prima di esser deposta nell’altare definitivo dovette sostare ancora qualche tempo sull’altare di fronte a quello della Madonna, perchè i lavori erano ancora in corso e mancava il nulla osta da parte delle autorità ecclesiastiche. L’altare di Sant’Obizio venne completato dell’arciprete don Giovanni Taddei nel 1924. La pala è opera di Giovan Battista Nodari, pittore i Esine, eseguita nel 1925, e, a detto dei critici, la migliore dell’artista camuno.

Favori ricevuti
Anche se la Parrocchia è dedicata a S. Maurizio, il vero patrono del paese è considerato Sant’Obizio e molti ricorrono a lui per impetrare grazie e favori, spirituali e materiali, convinti che il Santo non verrà mai meno nel porgere attenzioni ai suoi concittadini. Nella tradizione popolare molti aiuti si ricordano per manifesto intervento del Santo a cui si erano devotamente rivolti e così si riassumono:
Nel 1806 ingrossarono spaventosamente i torrenti e minacciavano il paese. Si ricorse al Santo e il pericolo cessò d’incanto.
Nel 1817, durante una carestia e siccità, si esposero le reliquie del Santo e prima di sera, dopo due mesi di “sutta”, cominciò la pioggia.
Nel 1855 vi fu altra spaventosa siccità: la devozione al Santo ottenne subito una pioggia ristoratrice.
Nello stesso anno vi furono inoltre casi di colera che vennero scongiurati con devozioni al Santo.
Nel 1861 il bestiame venne colpito alla “polmonera”. Al voto di costruirgli un degno altare, cessò il morbo.
Nel 1866 un’inondazione minacciava il paese: si scoprì l’urna e per incanto cessò ogni pericolo.
Lo stesso successe 1882.
Il Sig. Francesco Farisè testimoniò al processo di canonizzazione che una volta si trovava sul monte e fu sul procinto di cadere e di fracassarsi. Si raccomandò a Sant’Obizio e scampò allo spaventevole pericolo trattenuto da un ramoscello più piccolo di un dito.
Uno del paese andò in Svizzera a falciare. Si trovò in un’osteria e disse di avere nel suo paese nativo un Santo che faceva grazie. Una buona donna che aveva infermo il marito, lo intese e mandò a far celebrare una messa all’altare di Sant’Obizio e il marito guarì.

Devozioni
Un tempo la Fabbriceria faceva ardere una lampada sul suo sepolcro. Tra il culto c’era la Messa propria al Santo e tra le preghiere un’antifona e un inno. La sera, al Santo Rosario si recitava sempre un pater a Sant’Obizio. Se qualcuno si ammalava, se infieriva l’epidemia nel bestiame o veniva a turbare qualche altro flagello, non si mancava mai di ricorrere all’intercessione del Servo di Dio facendo celebrare delle Sante Messe. Non era raro vedere, nella fasta di maggio, donne seguire a piedi scalzi la processione per sciogliere voti o ringraziare di favori ricevuti. Tutti gli anni, prima di andare in montagna col bestiame, e quando i giovani dovevano partire per il servizio di leva e quando gli operai emigravano all’estero per ragioni di lavoro, si facevano celebrare delle Sante Messe in onore di Sant’Obizio convinti della sua Santa Benedizione. Non c’era casa in Niardo che non avesse in bella mostra l’effige del Santo, con fiori e lumini accesi in ornamento. Il parroco Fiorini asserì che pure nelle principali case di Brescia si trovava una reliquia o un quadro con l’effige del Santo guerriero. Una preziosa reliquia si trova pure in una casa a Niardo, regalata da una monaca di Brescia.

Processo canonico
Obizio non ebbe un processo canonico col quale la Chiesa approvasse o confermasse il culto che universalmente si attribuiva la Santo fin dalla data delle sua morte. A questa mancanza ha provveduto Niardo per volontà del popolo, dando inizio nel 1895 al processo canonico di beatificazione del proprio santo concittadino. Il processo si svolse secondo tutte le norme delle regole canoniche; lunghe, numerose, meticolose e per la durata di ben cinque anni. Finalmente ultimate tutte le formalità e concluse tutte le pratiche del non facile processo canonico, la Sacra Congregazione a Roma con suo decreto del 31 marzo 1900 approva il culto attribuito già da secoli a Sant’Obizio per tutta la Diocesi di Brescia. La popolazione espresse la sua esultanza con grandiosi festeggiamenti che si protrassero per tre giorni e che ebbero risonanza in tutta la Diocesi e ciò che più importa ebbero in paese un risveglio consolante di fede.

IL SEGUENTE DOCUMENTO E’ STATO RIPORTATO DAL LIBRO:

“I SANTI DI NIARDO, COSTANZO – OBIZIO - INNOCENZO”
EDIZIONI “LA VOCE DI NIARDO” - 1981
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